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La terapia con antiacidi non migliora l’outcome dei pazienti con IPF

La malattia da reflusso gastroesofageo (MRGE) costituisce una frequente complicanza della fibrosi polmonare idiopatica (IPF), non soltanto associata a un’ulteriore riduzione della qualità di vita dei pazienti, ma addirittura sospettata di promuovere l’insorgenza e la progressione della malattia polmonare.

Per questa ragione, di norma, a chi soffre di IPF si raccomanda di contrastare l’ acidità gastrica e il conseguente reflusso con terapie mirate, prima tra tutte quella basata su farmaci antiacidi, come inibitori della pompa protonica (PPI) e antagonisti dei recettori H2 presenti nello stomaco. Una recente sottoanalisi crociata post hoc di tre studi randomizzati condotti su pazienti con IPF trattati con farmaco antifibrotico indica, però, che la terapia con antiacidi non ha alcun impatto favorevole sull’ andamento dell’ IPF, risultando anzi deleteria nei casi maggiormente compromessi. Nello specifico, la sottoanalisi ha confrontato gli esiti clinici ottenuti dai 333 pazienti che avevano assunto soltanto il farmaco antifibrotico (53% del totale arruolato nei tre studi) e dai 291 (47%) che, in aggiunta, avevano ricevuto anche un PPI, un antagonista dei recettori H2 o entrambi. L’ outcome primario della valutazione era la progressione della malattia a un anno, misurata come riduzione della capacità vitale forzata (FVC) >10%, diminuzione del tragitto percorso nel test dei 6 minuti di cammino >50 m o decesso.

Dai risultati ottenuti non è emersa alcuna significativa differenza tra i due gruppi di pazienti né sul fronte della progressione di malattia (riscontrata rispettivamente nel 42% e nel 39% dei casi; p=0,4844) nè su quelli della mortalità per tutte le cause (7% in entrambi i casi; p=0,8947), della mortalità correlata all’ IPF (5% e nel 4% dei casi; p=0,4251), della riduzione assoluta della FVC >10% (19% vs 17%; p=0,4411) o della variazione media osservata dello stesso parametro (diminuzione % del predetto: -5,5% vs -4,9%; p=0,4844). Anche il tasso di ricoveri ospedalieri è apparso sostanzialmente sovrapponibile tra i trattati anche con antiacidi o soltanto con il farmaco antifibrotico e tutti i risultati ottenuti sono stati confermati anche dopo aver riesaminato i dati tenendo conto della severità dell’IPF presente (definita in funzione delle FVC <70% o >70%). Gli unici aspetti per i quali l’ assunzione di antiacidi si è distinta dalla non terapia sono stati i tassi di infezioni in generale e di infezioni polmonari, entrambi superiori tra i pazienti con IPF più severa (FVC <70%) che assumevano anche PPI e/o antagonisti dei recettori H2 rispetto a chi non li assumeva (infezioni in generale: 74% vs 62% p=0,0174; infezioni polmonari: 14% vs 6% p=0,0214). Le ragioni alla base di questi esiti restano da approfondire, ma, secondo gli Autori, le nuove indicazioni dovrebbero far riflettere maggiormente sull’ opportunità di somministrare antiacidi ai pazienti con IPF, specie in fase avanzata. Resta da capire se altre strategie di gestione del MRGE (per esempio, la correzione chirurgica del cardias) possono essere più vantaggiose, nell’ ottica di migliorare la qualità di vita dei pazienti ed eventualmente rallentare la progressione della fibrosi polmonare.

Fonte: Kreuter M et al. Antacid therapy and disease outcomes in idiopathic pulmonary fibrosis: a pooled analysis. Lancet Respir Med 2016; doi:10.1016/S2213-2600(16)00067-9 

 

Pubblicata il 24 maggio 2016